mercoledì, 03 giugno 2009 | in : tra storia e mitologia

Oltrepassato Minosse, Dante si trova per la prima volta a contatto con dei veri dannati puniti nel loro girone:

  « Or incomincian le dolenti note

a farmisi sentire; or son venuto

là dove molto pianto mi percuote. »
(vv. 25-27)

In questo luogo buio, dove riecheggiano i pianti, si sente muggire il vento come quando in mare scatta una bufera, per via dei venti contrari che si incrociano; ma questa tempesta infernale non si arresta mai e sbatte gli spiriti con la sua violenza, in particolare quando essi passano davanti a una ruina aumentano le strida, il compianto, il lamento e le bestemmie. Cosa sia di preciso questa ruina non è chiaro, se la spaccatura dalla quale esce la tempesta o una di quelle frane prodotte dal terremoto dopo la morte di Cristo (cfr. Inf. XII, 32 e Inf. XXIII, 137), o forse il luogo dove i dannati discendono per la prima volta nel girone dopo la condanna di Minosse.

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Dante in questo caso capisce al volo chi siano i dannati qui puniti: i peccator carnali / che la ragion sommettono al talento, cioè i lussuriosi che hanno fatto prevalere l'istinto sulla ragione.

Seguono due similitudini legate al mondo degli uccelli: gli spiriti (che sono sbattuti dal vento di qua, di là, di giù, di sù e che spererebbero almeno in un allevio della pena) sembrano gli stormi disordinati ma compatti di uccelli quando fa freddo (durante la migrazione invernale); oppure come le gru che volano in fila, in particolare un gruppo di dannati dei quali Dante chiede spiegazione a Virgilio.

Egli lo accontenta e inizia ad elencare le anime di coloro che hanno la particolarità di essere tutti morti per amore:

  1. Semiramide, che fece una legge per permettere a tutti la libido nel suo paese e quindi non essere biasimata nella sua condotta libertina; è anche indicata come moglie e successore di Nino, che regnò nella terra che oggi governa il Sultano, cioè Babilonia, anche se ai tempi di Dante il sultano regnava su Babilonia d'Egitto.
  2. Didone, personaggio virgiliano, che il maestro ha la delicatezza di non citare per nome, ma che indica come colei che ruppe fede al giuramento sulle ceneri di Sicheo e che si uccise per amore (di Enea)
  3. Cleopatra lussurïosa
  4. Elena di Troia, per la quale tanto male nacque
  5. Achille, il grande Achille, che combatté per amore (nelle redazioni medievali si narrava che si fosse innamorato follemente di Polissena, figlia di Priamo, e per questo amore si fosse lasciato trarre in un agguato dove fu ucciso a tradimento, vedi anche le Metamorfosi di Ovidio)
  6. Paride
  7. Tristano

Dopo aver sentito queste e molte altre anime di antiche eroine e cavalieri (in senso lato, secondo l'accezione medievale, come personaggi mitici e importanti in genere); al sentire nominare nomi così famosi Dante è al colmo della misericordia e quasi sviene.

VladAlucard @ 08:41 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, 13 maggio 2009 | in : tra storia e mitologia
« Canto quinto, nel quale mostra del secondo cerchio de l'inferno, e tratta de la pena del vizio de la lussuria ne la persona di più famosi gentili uomini. »

Il canto si presenta unitario e compatto, nello sviluppo completo del proprio argomento: descrive infatti il secondo cerchio infernale, quello dei lussuriosi, dal momento in cui Dante e Virgilio vi scendono, al loro congedo dal mondo delle anime.

Il secondo cerchio, Minosse - versi 1-24

 Dante e Virgilio giungono nel secondo cerchio, più stretto (dopotutto l'Inferno è come un imbuto con cerchi concentrici), ma molto più doloroso, tanto che i dannati sono spinti a lamentarsi.

Qui sta Minosse orribilmente e ringhia di rabbia: egli è il giudice infernale (da Omero in poi), che giudica i dannati che gli si parano davanti, attorcigliando la sua coda attorno al corpo tante volte quanti sono i cerchi che i dannati dovranno scendere per ricevere la loro punizione (è ambiguo se la coda sia lunga da essere attorcigliata in tanti giri quanti il "girone" o se sia corta quindi piegata più volte). Quando i dannati gli si parano davanti infatti confessano tutte le loro colpe e Minosse decide, quale gran conoscitor de le peccata.

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Minosse vedendo Dante interrompe il suo ufficio e lo avverte di guardarsi da come entra nell'Inferno e da chi lo guida, che non lo inganni l'ampiezza della porta infernale (come a voler dire che entrarvi è facile ma uscirne no). Virgilio allora prende subito la parola e, come aveva già fatto con Caronte, lo ammonisce a non ostacolare un viaggio voluto dal Cielo, usando le stesse identiche parole: Vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole e più non dimandare.

Minosse, che sebbene abbia i tratti grotteschi di un mostro ha nelle sue parole un atteggiamento regale e solenne, sparisce dalla scena senza alcun accenno da parte del poeta. Minosse inoltre è considerato un puro servitore della volontà divina.

Fonte: wikipedia

VladAlucard @ 08:46 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, 22 aprile 2009 | in : tra storia e mitologia

Essi arrivano così ai piedi di un nobile castello, con sette cerchie di mura e un fossato con un bel fiumicello; essi lo attraversano camminandoci sopra come su terra dura, poi attraversano sette porte fino a un prato con una fresca vegetazione: sull'interpretazione di questi numeri simbolici si è scritto molto senza trovare però un'insindacabile soluzione. Simile ai Campi elisi virgiliani, molto probabilmente il castello rappresenta la nobiltà umana, basata sulle quattro virtù morali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) unite alle tre virtù intellettuali (intelligenza, scienza e sapienza); sono escluse le virtù teologali, le uniche che mancarono a queste anime; oppure le sette cinte/porte sono le arti liberali e il castello rappresenta la scienza; o ancora il castello della filosofia con le sue sette ramificazioni. Per quanto riguarda il fiumicello esso sarebbe un ostacolo alla nobiltà, passato con facilità dai poeti, che potrebbe rappresentare i beni terreni o la vanità o altro. La luce stessa attorno al castello è un simbolo di conoscenza.

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Nel castello sono ospitate persone che esprimono autorità, che hanno occhi tardi e gravi, cioè lenti e dignitosi, che parlano raramente e quando lo fanno hanno voci soavi. Dante e gli altri allora escono e salgono su un monticello verdeggiante dal quale fosse possibile vedere tutti gli abitanti del castello. Inizia poi l'elencazione degli spiriti magni.

VladAlucard @ 07:54 | commenti (popup) | commenti
sabato, 11 aprile 2009 | in : tra storia e mitologia

Dante chiede a Virgilio, anima che onora scienza e arte, chi siano coloro separati dal resto del cerchio per cotanta onoranza, ed egli risponde che sono quelli cui l'onorata nominanza, cioè il nome degno di gloria in vita, ha acquistato in cielo una tale grazia da privilegiarli anche qui.

Una voce si leva quindi: "Onorate l'altissimo poeta; / l'ombra sua torna, ch'era dipartita"; parole riferite a Virgilio e pronunciate da una delle quattro ombre che Dante vede venire incontro a loro, dalle sembianze né tristi né liete e questo non perché non soffrano anch'essi del vano desiderio di vedere Dio, ma perché, essendo appunto privilegiati, non manifestano la loro sofferenza. Virgilio fa le presentazioni prima che si avvicinino: il primo, con la spada in mano è Omero poeta sovrano (e poeta epico, per questo la spada; ma Dante non aveva mai letto le sue opere e lo conosceva solo tramite accenni di poeti latini), segue Orazio satiro (dei Sermones e delle Epistole), Ovidio e Lucano (questi ultimi due citatissimi nella Comedìa dantesca, soprattutto all'Inferno). Virgilio spiega che sono tutti poeti per questo lo hanno lodato a voce sola, cioè in coro.

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Dante si unisce a questa schiera guidata da quel segnor de l'altissimo canto (inteso in senso tecnico, come stile poetico tragico, quindi Omero, o forse Virgilio stesso) dopo esser stato salutato e accolto tra loro con il sorriso di Virgilio; essi lo accettano nella loro schiera, che per Dante fu il più grande onore, d'essere il sesto in una compagnia così importante. Dante quindi riconosce la sua diretta discendenza dai classici, ma, senza usare modestia, che lui vedeva come qualità degli uomini modesti cioè mediocri, con piacere si inserisce (e oggi possiamo confermare che può farlo di diritto) in quella compagnia.

Il gruppo va quindi verso la luce, parlando cose che 'l tacere è bello quanto fu bello chiacchierare laggiù: Dante non si dilunga raccontandoci la conversazione.

Fonte:wikipedia

VladAlucard @ 08:27 | commenti (popup) | commenti
martedì, 07 aprile 2009 | in : tra storia e mitologia

Nella Divina Commedia di Dante Alighieri il Limbo è il primo cerchio dell'Inferno (nel canto IV dell'Inferno). Oltre agli infanti morti senza battesimo, il poeta vi colloca le anime di quanti non furono cristiani, ma vissero da uomini giusti e perciò non meritarono l'Inferno vero e proprio. Un posto particolare tra questi è riservato ai grandi personaggi della storia, soprattutto antichi greci e romani (tra i più importanti Aristotele, Omero e Cesare) ma anche un musulmano come il Saladino: questi vivono in un castello illuminato da una luce soprannaturale (il solo luogo illuminato di tutto l'Inferno, altrimenti immerso nell'oscurità), in una condizione malinconica ma serena, che molto deve alla suggestione dei Campi Elisi descritti nel sesto libro dell'Eneide. Di questi grandi personaggi fa parte anche Virgilio, che ha momentaneamente lasciato il suo posto tra di essi per guidare Dante nel suo viaggio.

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Virgilio inizia allora a spiegare che lì si trovano coloro che non peccarono ma, per quanti meriti (mercedi) avessero, essi non ebbero battesimo verso la porta della fede: Virgilio stesso è tra questi e si sente perduto come gli altri perché sanza speme vivemo in disio, cioè deve vivere senza la speranza di vedere Dio, in un continuo desiderio e rimpianto.Dante è toccato da questa confessione e chiede a Virgilio se di lì sia mai uscito qualcuno per i suoi meriti e collocato tra i beati; Virgilio allora racconta come, quand'era da poco in quello stato, vide venire Cristo (mai nominato nell'Inferno e qui citato come un possente, / con segno di vittoria coronato, / alto fattore, / nemico di tutti i mali), che portò via gli ebrei dell'Antico Testamento, in particolare tutti coloro che si affidarono nelle mani di Dio (Abramo, Noè, Mosè... etc). Tale episodio viene preso dal vangelo di Nicodemo.

Si trovano qui: Omero, Quinto Orazio Flacco, Publio Ovidio Nasone, Marco Anneo Lucano, Elettra, Ettore, Enea, Gaio Giulio Cesare, Camilla, Pantasilea, Latino, Lavinia, Lucio Giunio Bruto, Lucrezia, Giulia, Marzia, Cornelia, Saladino, Aristotele, Socrate, Platone, Democrito, Diogene di Sinope, Anassagora, Talete, Empedocle, Eraclito, Zenone, Dioscoride, Orfeo, Marco Tullio Cicerone, Lino, Lucio Anneo Seneca, Euclide, Claudio Tolomeo, Ippocrate, Avicenna, Galeno, Averroè.

VladAlucard @ 08:00 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
giovedì, 02 aprile 2009 | in : tra storia e mitologia

Dante Alighieri, nell'Inferno, prima cantica della Divina Commedia, descrive la visione del proprio viaggio nell'oltretomba: qui, l'Inferno è diviso in cerchi, che sono significativamente nove sulla scorta del pensiero aristotelico-tomistico. La costruzione dell'Inferno è spiegata dall'autore nel canto XI.

Prima di accedere ai cerchi veri e propri incontriamo la Selva e il Colle dove Dante si viene a trovare smarrito «nel mezzo del cammin di nostra vita»: dietro questo colle si trova la città di Gerusalemme, sotto alla quale s'immagina scavata l'immensa voragine dell'Inferno. Vi entra quindi attraverso la Porta dell'Inferno e penetra così nell'Antinferno. Superando il fiume Acheronte sulla barca di Caronte, entra infine nell'Inferno vero e proprio.

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Fonte: Wikipedia

VladAlucard @ 09:44 | commenti (popup) | commenti
sabato, 21 febbraio 2009 | in : tra storia e mitologia

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LONDRA - In prima battuta sembra davvero la quadratura del cerchio: trovare Atlantide usando Google, con buona pace di generazioni di archeologi armati di vanga e conoscenza. Eppure è andata così. Bernie Banford, ingegnere aeronautico britannico, stava infatti esplorando il mondo con Google Ocean - la nuova applicazione di Google Earth, il mappamondo virtuale ideato dal colosso del web - quando al largo delle Canarie ha notato, sul fondale dell'Atlantico, un quadrato quasi perfetto con all'interno un reticolo. Come fossero strade. Ed eccitatissimo ha subito contattato il tabloid The Sun.

E il Sun certo non si è tirato indietro. Anzi. Ha sparato la notizia in prima pagina: 'E' Atlantide?', s'interroga oggi il quotidiano britannico che pubblica la foto scattata attraverso Google Earth. Il dubbio è comprensibile, gli elementi per gridare alla scoperta archeologica del secolo sono lì, a portata di mano. "Sembra la foto aerea di una città di nuova costruzione", ha subito fatto notare Banford. "Deve essere per forza costruita dall'uomo". Il luogo poi è perfetto, in linea con le famose indicazioni di Platone. Che, nel Timeo, posiziona Atlantide proprio davanti alle Colonne d'Ercole.

A far dispiegare ancor di più le ali del sogno ci ha pensato poi l'immancabile 'esperto'. Ovvero Charles Orser, professore della New York State University, vera e propria autorità in materia. "Il sito - ha detto Orser al Sun - è uno dei più adatti per cercare Atlantide. E merita una missione di ricerca, anche se poi la griglia dovesse rivelarsi di origine naturale". La città perduta, stando a Google, si trova alle coordinate 31° 15' 15.53"N e 24° 15' 30.53"W. Ovvero a circa mille chilometri dalla costa africana, a 5,5 km di profondità - vicino a delle formazioni rocciose. Occupa una superficie simile a quella del Galles: molto meno dunque "della Libia e dell'Asia messe insieme", così come voleva Platone. Ma pazienza. Il padre della filosofia occidentale non aveva Google a disposizione, solo qualche informazione di terza mano raccolta tra quei briganti degli egizi.
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 E come sempre quando le notizie passano per troppe bocche s'ingrandiscono nel cammino. Legge valida anche al giorno d'oggi - e che anzi si adatta perfettamente al caso. Google stessa, infatti, è dovuta correre ai ripari e mettere i puntini sulle 'i' prima che plotoni di cercatori di tesori si mettessero in marcia alla volta delle Canarie. "E' vero che grazie a Google Earth si sono fatte incredibili scoperte", ha precisato l'azienda con un comunicato, "ma in questo caso quello che gli utenti stanno vedendo è un artefatto causato dal processo di collezione dei dati". Niente Atlantide, insomma. Ma solo le 'strisciate' dei sonar marini captate dai satelliti. "Le linee - ha sottolineato l'azienda - coincidono con il percorso delle navi oceanografiche". Il sogno, dunque, è durato lo spazio di un mattino. Ma è stato bello lo stesso.

VladAlucard @ 08:57 | commenti (popup) | commenti
giovedì, 19 febbraio 2009 | in : tra storia e mitologia

Ade (dal greco Aidòs) identifica il regno degli Inferi greco e romano (chiamato anche Orco o Averno). In realtà, è solo una trasposizione del nome del dio: si voleva identificare il regno col suo stesso re.Il regno dei morti greco/latino era, al contrario di quello ebraico e cristiano, un vero e proprio luogo fisico, al quale si poteva persino accedere in terra da alcuni luoghi impervi, difficilmente raggiungibili o comunque segreti e inaccessibili ai mortali.

Per quanto riguarda la geografia e la topografia degli Inferi, Omero (nell'Odissea) non gli dà un carattere di vero e proprio "regno" esteso, ma lo descrive solamente come una sfera fisica oscura e misteriosa, perlopiù preclusa ai viventi, dove soggiornano in eterno le ombre (e non le anime) di tutti gli uomini, senza apparente distinzione tra ombre buone ed ombre malvagie, e senza nemmeno un'assegnazione di pena o di premio in base ai meriti terreni.

Nella tradizione greca, uno degli ingressi all'Ade si trovava nel paese dei Cimmeri, che si trovava al confine crepuscolare dell'Oceano, e proprio in questa regione remota Odisseo dovette recarsi per discendere all'Ade ed incontrare l'ombra dell'indovino Tiresia; nella tradizione romana, invece, uno degli ingressi infernali si trovava vicino al lago dell'Averno (che poi divenne il nome del regno infernale stesso), dal quale Enea discese insieme alla Sibilla cumana.

Per accedervi bisognava superare Cerbero poi l'Acheronte versando un obolo al terribile Caronte e raggiungere i tre giudici Minosse, Eaco e Radamanto i quali emettevano il loro verdetto. Nell'inferno vi erano cinque fiumi: Stige, Cocito, Acheronte, Flegetonte e Lete, l'acqua di quest'ultimo aveva la caratteristica di far perdere la memoria a chi la beveva.

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L'Ade, che accoglie le anime dei morti, alle volte viene confuso col Tartaro, il luogo che accoglie i malvagi (i Titani che vollero sconfiggere gli dei Olimpi), più che altro sulla base dell'iconografia cristiana relativa all'Inferno.

VladAlucard @ 08:14 | commenti (popup) | commenti
sabato, 14 febbraio 2009 | in : tra storia e mitologia

Atlantide (in greco Ἀτλαντίς, "figlia di Atlante") è una leggendaria isola menzionata per la prima volta da Platone nei dialoghi Timeo e Crizia.

Il nome dell'isola deriva da quello di Atlante, il leggendario governatore dell'Oceano Atlantico, che sarebbe stato anche, secondo Platone, il primo re dell'isola, anche se, nella leggenda raccontata da Platone, Atlante non è rappresentato come il mitologico Titano, figlio di Giapeto e di Climene, che regge sulle sue spalle il mondo intero, bensì come un semidio, figlio di Poseidone e di Clito.

Nel racconto di Platone Atlantide era una potenza navale situata "oltre le Colonne d'Ercole" che conquistò molte parti dell'Europa occidentale e dell'Africa 9mila anni prima il tempo di Solone (approssimativamente nel 9600 a.C.). Dopo avere fallito l'invasione di Atene, Atlantide sprofondò "in un singolo giorno e notte di disgrazia".

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Essendo una storia funzionale ai dialoghi di Platone, Atlantide è generalmente vista come un mito concepito dal filosofo greco per illustrare le proprie idee politiche. Benché la funzione di Atlantide sembri chiara alla maggior parte degli studiosi, essi disputano su quanto e come il racconto di Platone possa essere ispirato ad eventuali tradizioni più antiche. Alcuni argomentano che Platone si basò sulla memoria di eventi passati come l'eruzione di Thera o la Guerra di Troia, mentre altri insistono che egli trasse ispirazione da eventi contemporanei come la distruzione di Elice nel 373 a.C. o la fallita invasione ateniese della Sicilia nel 415–413 a.C.

La possibile esistenza di un'autentica Atlantide venne attivamente discussa durante l'antichità classica, ma fu generalmente rigettata e occasionalmente parodiata da autori posteriori. Mentre si conosce poco durante il Medioevo, la storia di Atlantide fu riscoperta dagli umanisti nell'era moderna. La descrizione di Platone ha ispirato le opere utopiche di numerosi scrittori rinascimentali, come La nuova Atlantide di Bacone. Atlantide ispira la letteratura contemporanea, dalla fantascienza ai fumetti ai film, essendo divenuta sinonimo di ogni e qualsiasi ipotetica civiltà perduta nel remoto passato.

VladAlucard @ 08:22 | commenti (popup) | commenti
giovedì, 15 gennaio 2009 | in : tra storia e mitologia

Il Kraken è un mostro marino leggendario dalle dimensioni abnormi; il suo mito ha origini molto antiche, ma si è sviluppato soprattutto fra il Settecento e l'Ottocento, forse anche sulla base dei resoconti di reali avvistamenti di calamari giganti. Viene generalmente rappresentato come una gigantesca piovra, con tentacoli abbastanza grandi da avvolgere un'intera nave.

In norvegese, krake indica un animale malsano o aberrante (in analogia alle forme inglesi crank e crook). In tedesco, krake significa piovra.

 

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Mitologia norrena

Sebbene il nome kraken non appaia mai nei testi della mitologia norrena, le sue caratteristiche possono ricondursi a quelle dell'hafgufa, descritto nella Saga di Örvar-Odds e nel Konungs skuggsjá (1250). In questi testi si parla dell'hafgufa come di un mostro marino talmente grande da poter essere scambiato per un'isola quando si trovava in superficie. Questo tema (il mostro che sembra un'isola) è uno degli elementi ricorrenti principali nella tradizione sul Kraken, che si sviluppò principalmente nel Settecento. Questo tema ha avuto anche sviluppi diversi, e in particolare accomuna il Kraken con lo Zaratan, la balena-isola del mito di San Brendano.

Alcuni elementi della tradizione relativa al Kraken (le bolle e gli spruzzi d'acqua dalle sue narici, le forti correnti e le violente onde provocate dai suoi spostamenti, il suo emergere come un'isola) fanno supporre ad alcuni studiosi che la versione originale del mito norreno possa essere correlata all'attività vulcanica sottomarina in Islanda.

Evoluzione di un mito: la piovra gigante

Nel tardo Settecento iniziò a svilupparsi il mito del Kraken come creatura aggressiva. Alcune varianti del mito prevedevano che il Kraken affondasse le navi degli uomini corrotti (per esempio dei pirati), risparmiando quelle dei giusti. Sempre in questo periodo l'immagine del Kraken venne a coincidere in modo sempre più netto con quella di una piovra gigante, perdendo altre caratterizzazioni menzionate da alcune fonti più antiche (come la forma di granchio o certi altri elementi che potevano accomunare il Kraken alle balene). Secondo alcuni studiosi, questa evoluzione del mito potrebbe essere legata agli avvistamenti di reali calamari giganti.

Nel 1802, il malacologo francese Pierre Denys de Montfort incluse la descrizione di due specie di piovre giganti nel suo trattato enciclopedico sui molluschi, Histoire Naturelle Générale et Particulière des Mollusques. La prima specie, per cui Montfort riprese il nome "kraken", era quella descritta dai marinai norvegesi (e, secondo Montfort, anche da Plinio il Vecchio). La seconda specie aveva dimensioni ancora più impressionanti; un esemplare aveva causato il naufragio di un vascello al largo dell'Angola.

Montfort sostenne anche che le dieci navi da guerra inglesi scomparse nel 1782 fossero state affondate da piovre giganti. La sua tesi fu in seguito smentita, e la sua opera perse notevolmente di credibilità agli occhi dei suoi contemporanei.

Fonte: wikipedia

VladAlucard @ 08:02 | commenti (popup) | commenti